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Will Arnett, l'uomo che sussurra ai cavalli

L'attore torna oggi su Netflix con la terza stagione di BoJack Horseman.
di Lorenza Negri

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In foto Will Arnett. L'attore presta la sua voce al protagonista della serie Netflix BoJack Horseman, da oggi su Netflix con la terza stagione.
venerdì 22 luglio 2016 - Netflix

Gli uomini - e i cavalli - sono disposti a tutto per la fama: lo sostiene BoJack Horseman, serie animata di Netflix che torna oggi sulla piattaforma digitale con le puntate inedite della terza stagione.

Lo show è una comica disamina della popolarità e delle idiosincrasie di chi ha goduto delle luci della ribalta e non può più farne a meno, esattamente come accade all'uomo-cavallo BoJack, protagonista in una curiosa realtà dove umani e animali antropomorfi interagiscono.
Lorenza Negri

Diventato un attore famoso negli anni '90 con una sitcom, BoJack si è trasformato, con il trascorrere degli anni, in una star in declino obnubilata da abusi di stupefacenti, amarezza, ambizioni e relazioni sbagliate, il tutto servito in chiave ironica. Dopo aver ottenuto il ruolo di una vita con il biopic sul campione di corse Secretariat, BoJack affronterà le conseguenze del suo più grande talento: prendere sempre la decisione sbagliata. Ce ne parla Will Arnett, voce originale di BoJack e veterano della commedia made in USA, visto nella serie cult Arrested Development, nella comedy ideata da Tina Fey 30 Rock e nella recente sitcom The Millers.


GUARDALO SUBITO: BOJACK HORSEMAN
L' intervista esclusiva a Will Arnett

Will, qual è il tema principale della terza stagione di BoJack Horseman?
Il medesimo delle annate precedenti: l'ossessione della celebrità. In superficie BoJack Horseman parla dell'assurda natura del successo e della cultura della popolarità in America - anche se non credo che oggi sia più un fenomeno limitato agli Stati Uniti -, mentre più in profondità è la parabola di quest'uomo (che in realtà è un cavallo) pieno di problemi esistenziali. Usare animali al posto di umani e continuare a indugiare nel surreale ci permette di prenderci delle libertà, mantenendo un approccio comico a quello che è un argomento, tutto sommato, serio.

BoJack vive in modo piuttosto distaccato dalla realtà.
È sicuramente privo di coscienza di se stesso e delle conseguenze delle sue azioni, ma ha un'idea abbastanza precisa del mondo che lo circonda. Ciò che mi piace di più del personaggio a cui presto la voce è il suo essere profondamente ferito. È "danneggiato", pieno di difetti, fallibile, e per questo mi attrae molto come attore. La serie ha un'impronta comica, ma ci sono molte occasioni in cui viene mostrata tutta la sua disperazione e in quei frangenti diventa una vera sfida prestargli la voce.

Cos'altro le piace di lui?
Il fatto che provi a cambiare, anche se puntualmente fallisce. Le sue decisioni, mirate a ottenere il successo professionale, si rivelano quasi sempre errate, e finisce puntualmente per far male a chi gli vuole bene. Sembra un personaggio orribile, ma se così fosse nessuno guarderebbero la serie; e poi, molti degli errori che commette li abbiamo fatti anche noi, così il pubblico tende a identificarsi. BoJack si ritrova spesso in crisi, si rende conto di non essere il tipo di persona che vorrebbe essere e questo ci fa sperare o presumere che in qualche modo riuscirà a diventare una persona migliore. Nella seconda stagione lo vediamo mollare tutto, proprio durante le riprese di questa produzione - Secretariat - a cui teneva moltissimo, per rimettersi in contatto con qualcuno cui tiene davvero. Potrebbe essere l'occasione per cambiare vita, ma BoJack è il peggiore nemico di se stesso e grazie alle sue tendenze autodistruttive rovina tutto anche questa volta. È divertente quando lo guardi ma ti spezza anche il cuore.


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Lei ha partecipato a numerose serie televisive. Ha trovato diverso lavorare a una show di Netflix?
Non saprei come definire BoJack Horseman. L'approccio è totalmente diverso da quello di una serie TV: i suoi dodici episodi sono l'equivalente di un film indipendente in altrettante parti. La storia è raccontata senza interruzioni proprio perché il tipo di fruizione è completamente diverso da quello, precisamente scandito, di un serial. Quando si propone un soggetto a Netflix lo si fa sapendo che non sarebbe possibile farlo con nessun altro perché il tipo di prodotto su cui punta è unico.

Per Netflix ha lavorato anche ad Arrested Development: come mai cinema e serie sfornano sempre più spesso sequel, remake e reboot?
Il caso di Arrested Development mi lascia davvero perplesso: se al pubblico piaceva così tanto poteva guardarlo quando andava in onda in TV al posto di entusiasmarsi del fatto che Netflix l'abbia riesumato dopo la cancellazione! Detto questo, non so da dove scaturisca la tendenza generale, so solo di essere incredibilmente felice di aver avuto l'opportunità di lavorare di nuovo a uno show che adoravo, con colleghi deliziosi e di venire anche pagato per farlo.


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