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lunedý 15 ottobre 2018

Sakura And˘

32 anni, 18 Febbraio 1986 (Acquario)
occhiello
Io l'ho trovata! È stato qualcun altro ad abbandonarla!
dal film Un affare di famiglia (2018) Sakura And˘ Ŕ Nobuyo Shibata
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Un'attrice che pu˛ essere indifferentemente sexy e nerd, sgraziata oppure stilosa. Ma che di certo non pu˛ suscitare indifferenza. Dal 13 settembre al cinema con Un affare di famiglia di Kore'eda Hirokazu.

Sakura Ando, volto simbolo del cinema d'autore giapponese

domenica 26 agosto 2018 - Emanuele Sacchi cinemanews

Sakura Ando, volto simbolo del cinema d'autore giapponese Alle spalle ha un albero genealogico complesso, dominato dal cinema. Davanti a sÚ un futuro ricco di opportunitÓ, vista la reputazione di cui gode a 32 anni Sakura Ando. Recente protagonista di Un affare di famiglia - il film che ha vinto la Palma d'oro a Cannes, che uscirÓ in Italia il 13 settembre - la Ando Ŕ uno dei volti simbolo del cinema d'autore nipponico degli ultimi anni, grazie alla sua innata versatilitÓ. Un'attrice che pu˛ essere indifferentemente sexy e nerd, sgraziata oppure stilosa. Ma che di certo non pu˛ suscitare indifferenza. L'antica definizione che perseguit˛ per tutta la carriera Katharine Hepburn ("la pi¨ brutta delle belle, la pi¨ bella delle brutte") potrebbe rendere l'idea, ma risultare oltremodo limitante: Sakura Ando Ŕ infatti il volto della duttilitÓ e del trasformismo che un presente complesso e di difficile lettura richiede. La ragazza tenera e indifesa, capace di estrarre le unghie per colpire, o la lottatrice indomita, disposta a tutto per raggiungere il proprio scopo, convivono nel medesimo corpo. Con il volto ribelle di chi non scende a compromessi, nÚ si finge differente dalla propria natura. Per queste ragioni tutti amano Sakura Ando, registi e spettatori. E per questo nessuno ha nulla da obiettare - cosa succederebbe in Italia? Si parlerebbe di nepotismo? - su un albero genealogico ricco di ascendenti cinematografici. Dal padre regista, Eiji Okuda, alla madre scrittrice e sceneggiatrice Kazu Ando; su su fino a Takeru Inukai, influente politico e padre illegittimo di Okuda, e gi¨ gi¨ fino alla sorella Momoko, anch'essa regista (Ŕ suo 0.5mm, con Sakura protagonista).

In dieci anni di carriera Ando ha giÓ regalato almeno tre interpretazioni straordinarie. La pi¨ recente Ŕ quella di Nobuyo, moglie uxoricida di un marito violento, che si dÓ al taccheggio e alla formazione di una famiglia clandestina insieme a Osamu/Lily Franky. Un concentrato di violenza repressa e affetto materno mancato, ancora una volta un ruolo ricco di sfaccettature. Anche per lo spettatore fin qui ignaro, che scoprisse grazie a Un affare di famiglia Sakura Ando, sarebbe sufficiente il ruolo di Nobuyo per capire la statura dell'attrice in questione. In una sola rapida sequenza di seduzione, Ando cambia radicalmente aspetto e gestualitÓ, in pochi secondi e senza stacchi, davanti alla macchina da presa. Bastano un cambio di luci e di condizione meteorologica - l'umiditÓ diviene temporale - per regalare una scena di inedita sensualitÓ, in apparente contrasto con l'atmosfera generale di Un affare di famiglia.

lunedý 17 settembre 2018 - Da Le migliori recensioni del pubblico: "Chi sono i veri genitori? Lo stesso interrogativo il regista l'aveva posto in Father & Son".

Un affare di famiglia, źQuanto contano i legami di sangue?╗

Vanessa Zarastro cinemanews

Un affare di famiglia, źQuanto contano i legami di sangue?╗ In Shoplifters (guarda la video recensione), titolo internazionale dell'ultimo film di Kore-eda che in italiano vuol dire taccheggiatori, il regista prosegue la sua operazione di scavo nella famiglia contemporanea giapponese. GiÓ autore dello stesso tema in Ritratto di famiglia con tempesta (guarda la video recensione) del 2016, Little Sister del 2015 e Father & Son del 2013, in Un affare di famiglia (guarda la video recensione) Kore-eda svuota la famiglia dai rapporti biologici riproponendola come comunitÓ, come gruppo protettivo che vive e affronta assieme la vita. I saperi vengono tramandati dagli anziani ai giovani cosý come avviene nelle famiglie biologiche. La poetica figurativa di Shoplifters Ŕ composta da gesti, sguardi e suoni; Ŕ messo in evidenza il linguaggio del corpo in tutti i suoi movimenti, suoni, umori. Cosý come mostrato giÓ nelle scene di Father and Son il regista enfatizza i rapporti fisici di una famiglia proletaria versus una certa repressione degli affetti nella famiglia borghese di intellettuali. Nel film del 2013 erano presentati anche due modi diversi di essere padre: il commerciante pi¨ fisico e genuino versus l'architetto pi¨ razionale e meno emotivo. Qui c'Ŕ l'apoteosi dell'intimitÓ corporea, tra le persone che condividono uno spazio minuscolo dove mangiano, giocano, vivono e fanno (raramente) l'amore. ╚, infatti, in questo misero tugurio, che abitano ammonticchiati gli Shibata, padre, madre, nonna, una figlia adolescente, un bambino, cui si aggiungerÓ una bimba. Delicatissmo Ŕ l'affresco dipinto da Kore-eda di quest'ultima casa sopravvissuta, una sorta di baracca con il verde attorno, circondata ormai dall'urbano contemporaneo e da nuovi edifici residenziali pi¨ attrezzati e muniti di confort. Un Giappone molto diverso da quello scintillante e sofisticato delle riviste patinate. A parte una vista panoramica dal cantiere del grattacielo, e una scena nella spiaggia, presumibilmente di Isumi city, il film Ŕ girato prevalentemente in interno - come faceva anche il grande regista Yasujiro Ozu - e della metropoli Ŕ mostrata una parte suburbana povera.
I membri della famiglia di questo film sono una sorta di "zingari stanziali in versione giapponese". Sono persone che vivono di espedienti e di piccole illegalitÓ: Nobuko (Sakura Ando) vive con il marito Osamu (Lily Franky), il capofamiglia che lavora come operaio a cottimo in un'impresa edile, ma fa anche il taccheggiatore e si approvvigiona il cibo rubacchiando. Hatsue Shibata (Kirin Kiki), l'anziana nonna, ha una pensione cui assomma un provento pi¨ o meno lecito (forse un ricatto?) da un figlio che vive in una casa unifamiliare a due piani, in un'altra parte della cittÓ. La giovane Aki (Mayu Matsuoka) Ŕ studentessa, ma lavora anche come semi prostituta in un peep-show.
Accolgono a casa loro Juri (Miyu Sasaki), una carina e dolce bambina di cinque anni trovata sola, denutrita e maltrattata dai veri genitori; peraltro avevano giÓ accolto Shota (Jyo Kairi) un ragazzino abbandonato in un'auto nel parcheggio di una zona di giochi e slot-machines. Di fatto ci sarebbero gli estremi di un rapimento, anche se, data la maniera affettuosa di occuparsi dei bambini, non si riesce proprio ad addossare loro alcuna colpa. Qui non c'Ŕ neanche la cattiveria dickensiana nell'insegnare a rubare ai bambini ("Oliver Twist"), infatti, interrogato sul perchÚ avesse instradato il bambino al furto Osamu Shibata risponde: źera l'unica cosa che potevo insegnargli╗. Anche l'assistente sociale vorrebbe raddrizzare la vita della famiglia (e dei membri che conosce...) che per˛ rappresenta uno splendido "equilibrio tra devianza e coesione affettiva interna".
Una tematica attuale Ŕ se la genitorialitÓ risieda in una questione di sangue o sia da riscontrarsi nell'affetto costante e continuo che cresce col figlio nei suoi primi anni di vita. Chi sono i veri genitori, quelli che procreano o quelli che allevano i figli e li proteggono dal mondo lÓ fuori? Lo stesso interrogativo il regista l'aveva posto in Father and Son qualche anno prima, dove due famiglie giapponesi di due diversi ceti sociali, si vengono a trovare nella sciagurata situazione di sapere, sei anni dopo, dello scambio dei reciproci bambini nella nursery. Cosa fare? Chi incolpare? Come superare il trauma? Come non far vivere un trauma ai bambini? E quanto contano i legami di sangue e quelli acquisiti? Cos'Ŕ dunque una famiglia?
La seconda parte del film consiste in una resa dei conti, un disvelamento, prima per lo spettatore, poi per i personaggi stessi. Sono mostrati gli interrogatori individuali dei membri della ormai scoperta "famiglia". Primi piani, quadri fissi o lentissimi movimenti di macchina. Vengono fuori i problemi morali su cui la storia Ŕ costruita e Nobuko, incensurata, si addossa tutte le responsabilitÓ.
Mi faceva notare, la mia compagna di cinema, che Ŕ probabile che Kore-eda abbia amato particolarmente il film Germania anno zero del 1948, e che nel finale pur nella sua ambiguitÓ, potrebbe essere stato suggestionato dal film di Rossellini. Il film Ŕ stato premiato meritatamente con la Palma d'Oro al Festival di Cannes del 2018.

   

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